Vittoriano
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Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II | |
---|---|
Il Vittoriano visto da piazza Venezia | |
Localizzazione | |
Stato | Italia |
Regione | Lazio |
Località | Roma |
Indirizzo | Piazza Venezia |
Coordinate | 41°53′40.56″N 12°28′59.13″E / 41.894599°N 12.483092°E41.894599; 12.483092 |
Informazioni generali | |
Condizioni | In uso |
Costruzione | 1885-1935[1] |
Inaugurazione | 4 giugno 1911[1] |
Stile | Neoclassico con influenze eclettiche[2] |
Uso | Pubblico |
Altezza | 81 m[3][4] Tetto: 70 m[4] m |
Area calpestabile | 17 550 m²[4] |
Ascensori | 1[5] |
Realizzazione | |
Architetto | Ettore Ferrari Pio Piacentini Giuseppe Sacconi |
Proprietario | Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo |
Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II o (Mole del) Vittoriano, impropriamente detto Altare della Patria, è un complesso monumentale nazionale italiano situato a Roma in piazza Venezia, sul versante settentrionale del colle del Campidoglio, opera degli architetti Ettore Ferrari, Pio Piacentini e Giuseppe Sacconi. Fu costruito a partire dal 1885, con i lavori che si conclusero nel 1935: tuttavia l'inaugurazione ufficiale e la contestuale apertura al pubblico erano avvenute già nel 1911, in occasione degli eventi collegati all'Esposizione internazionale di Torino, durante le celebrazioni del 50º anniversario dell'Unità d'Italia. Da un punto di vista architettonico è stato pensato come un moderno foro, un'agorà su tre livelli collegati da scalinate e sovrastato da un portico caratterizzato da un colonnato.
Ha un grande valore simbolico e rappresentativo, essendo architettonicamente e artisticamente incentrato sul Risorgimento, il complesso processo di unità nazionale e liberazione dalla dominazione straniera portato a compimento da re Vittorio Emanuele II di Savoia, cui il monumento è dedicato: per tale motivo il Vittoriano è considerato uno dei simboli patri italiani. Esso conserva anche l'Altare della Patria, dapprima un'ara della dea Roma e poi anche sacello del Milite Ignoto, adottando così la funzione di un tempio laico consacrato all'Italia. Per il suo grande valore rappresentativo, l'intero Vittoriano è spesso erroneamente chiamato Altare della Patria, sebbene quest'ultimo ne costituisca solo una parte.
Fin dalla sua inaugurazione fu teatro di importanti momenti celebrativi; ciò ha accentuato il suo ruolo di simbolo dell'identità nazionale. Le celebrazioni più importanti che hanno luogo al Vittoriano si svolgono annualmente in occasione dell'Anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto deponendovi una corona d'alloro in memoria dei caduti e dei dispersi italiani nelle guerre.
Situato al centro della Roma antica e collegato a quella moderna grazie a strade che dipartono a raggiera da piazza Venezia, è stato consacrato a un'ampia valenza simbolica rappresentando – grazie al richiamo della figura di Vittorio Emanuele II e alla realizzazione dell'Altare della Patria – un tempio laico dedicato metaforicamente all'Italia libera e unita e celebrante – in virtù della tumulazione del Milite – il sacrificio per la patria e per gli ideali connessi.
Indice
1 Storia
1.1 Le premesse
1.2 I due concorsi
1.3 Le scelte progettuali
1.4 I ritrovamenti archeologici
1.5 Le demolizioni degli edifici circostanti
1.6 La statua equestre di Vittorio Emanuele II
1.7 La prosecuzione dei lavori
1.8 L'inaugurazione
1.9 La tumulazione del Milite Ignoto
1.10 Il completamento
1.11 Il fascismo
1.12 L'oblio
1.13 La riscoperta
2 Pianta del Vittoriano
3 Opere architettoniche e artistiche
3.1 Generalità
3.2 Le fontane dei due mari
3.3 Le scalinate esterne e le terrazze
3.4 L'Altare della Patria
3.5 La statua equestre di Vittorio Emanuele II
3.6 Le statue delle città nobili
3.7 Il sommoportico e i propilei
3.7.1 Caratteristiche generali
3.7.2 Le statue delle regioni
3.7.3 Gli spazi interni
3.8 La cripta interna del Milite Ignoto
4 Gli spazi espositivi del Vittoriano
5 Note
6 Bibliografia
7 Voci correlate
8 Altri progetti
9 Collegamenti esterni
Storia |
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Le premesse |
Dopo la morte di Vittorio Emanuele II di Savoia avvenuta il 9 gennaio 1878, furono molte le iniziative destinate a innalzare un monumento permanente che celebrasse il primo re dell'Italia unita, artefice del processo di unificazione e della liberazione dalla dominazione straniera (tant'è che viene indicato dalla storiografia come "Padre della Patria") anche grazie all'opera politica del presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna Camillo Benso, conte di Cavour e al contributo militare di Giuseppe Garibaldi. L'obiettivo era quindi quello di commemorare l'intera stagione risorgimentale tramite uno dei suoi protagonisti[3][6].
Il 26 marzo 1878 il parlamentare Francesco Perroni Paladini depositò alla Camera dei deputati del Regno d'Italia un disegno di legge il cui obiettivo era quello di erigere un monumento permanente intitolato a Vittorio Emanuele II da costruire a Roma. Il 4 aprile il governo recepì questa indicazione nella persona di Giuseppe Zanardelli, ministro dell'interno del Regno d'Italia, che depositò in Consiglio dei ministri un disegno di legge con il medesimo obiettivo[7]. La proposta di legge di Zanardelli fu approvata dal Parlamento del Regno d'Italia il 16 maggio 1878[8] con 211 voti favorevoli e 10 voti contrari[9].
I due concorsi |
Il 13 settembre 1880 fu istituita la "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II"[10] che bandì, il 23 settembre successivo, un concorso internazionale a cui poi parteciparono 311 concorrenti[11]. I fondi pubblici destinati all'opera sarebbero stati pari a 8 milioni di lire, cui si sarebbe aggiunto il denaro raccolto da una sottoscrizione popolare aperta a tutti gli italiani, anche a quelli che si erano trasferiti all'estero tra la fine del XIX e l'inizio XX secolo[12]. Il concorso fu vinto dal francese Henri-Paul Nénot, al quale però non fece seguito una fase attuativa del progetto[8][13].
Fu deciso di non dare seguito al progetto per vari motivi. Le accese polemiche sul fatto che il vincitore fosse uno straniero per un monumento rappresentante una figura di spicco della storia italiana; il fatto che l'idea di Nénot fosse, come scoperto solo in seguito, una versione lievemente aggiornata di un suo precedente progetto per un'università francese, che aveva già realizzato nel 1877[14]. A questo si aggiunse la tensione dovuta al cosiddetto "schiaffo di Tunisi", ovvero all'occupazione francese della Tunisia[15][16]. Altro motivo che fece scartare il progetto di Nénot fu la troppa libertà concessa agli artisti nella scelta del luogo di edificazione e della tipologia del monumento da realizzare, linee guida che avevano portato a un fiorire di proposte architettoniche troppo differenti tra loro – in totale furono 293 i progetti depositati. Si andava da monumenti molto semplici, formati da colonne monumentali e statue equestri, a edifici complessi e di grandi dimensioni[1].
Fu quindi deciso di bandire un secondo concorso che avrebbe stabilito sia il luogo di edificazione, sia le caratteristiche precise della costruzione, discrimini proposti da Ettore Ferrari e Pio Piacentini: secondi classificati nel precedente concorso, costoro redassero insieme un progetto che piacque molto. Si prevedeva la costruzione, a fianco della basilica dell'Ara Coeli, di un imponente monumento in marmo contraddistinto da gradinate ascendenti, con un maestoso colonnato sulla sua sommità e con una statua di Vittorio Emanuele II seduto su un trono, che sarebbe stata il centro del complesso architettonico[17]. Questo fu il progetto seguito nell'edificazione del Vittoriano con le varianti del caso (la posa del re sarà poi a cavallo e non su un trono)[18].
Il dibattito preliminare all'indizione del secondo concorso si concentrò esclusivamente sulla scelta del luogo dove far sorgere il monumento: il colle del Campidoglio, soluzione preferita fin dall'inizio della discussione, la piazza di Termini, che era al confine tra il centro storico di Roma ed edifici più recenti ("fra la vecchia e la nuova Roma", com'è riportato sui verbali della commissione reale) oppure l'ampliamento e la modifica del Pantheon e dell'adiacente piazza della Rotonda con la costruzione di nuovi edifici monumentali[19].
Alla fine fu scelto il Campidoglio, visto che proprio su questo colle di Roma sono presenti il Palazzo Senatorio e il Tabularium[19], monumenti dotati di cospicuo simbolismo nazionale[15][20] e tra i più rappresentativi dell'antichità romana: sono infatti il simbolo del potere di Roma e da essi deriva l'altro appellativo con cui è conosciuto il Campidoglio ("Monte Capitolino", avente a che fare con la capitale[21]), dacché avevano ospitato gli archivi pubblici di Stato dell'antica Roma, dai decreti del Senato romano ai trattati di pace[19][22].
Inoltre la mole del Vittoriano, dato che sarebbe stato costruito nel centro storico di Roma, avrebbe rivaleggiato, anche da un punto di vista "laico-spirituale", con i monumenti della Roma dei papi[23]: era ancora molto viva l'avversione per la Roma dello Stato Pontificio, personificata da papa Pio IX, pontefice che si mise in decisa contrapposizione con il neonato Regno d'Italia portando alla recrudescenza della questione romana[24].
I partecipanti al concorso, che fu chiuso il 9 febbraio 1884[25], ebbero un anno di tempo per consegnare i loro progetti[26]. Le proposte presentate furono novantotto: dato che la commissione reale non riusciva a decidere tra i progetti di Bruno Schmitz, di Manfredo Manfredi e di Giuseppe Sacconi, fu necessario bandire un terzo concorso, limitato però solo a queste tre proposte[27], che si concluse il 24 giugno 1884[25][28]. Tra i tre progetti la commissione reale scelse quello di Giuseppe Sacconi, giovane architetto marchigiano, che vinse così il concorso ed ebbe l'incarico di redigere il progetto di dettaglio del Vittoriano[29].
Le scelte progettuali |
Il progetto di Ettore Ferrari e Pio Piacentini si ispirava ai grandi santuari ellenistici, come l'Altare di Zeus a Pergamo e il Santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina[30]. Il Vittoriano fu ideato come un vasto e moderno foro[31] aperto ai cittadini, situato su una sorta di piazza sopraelevata nel centro storico di Roma organizzata come un'agorà su tre livelli collegati da gradinate, con cospicui spazi riservati al passeggio dei visitatori[32][33].
Sulla sua sommità ci sarebbe stato un maestoso portico caratterizzato da un lungo colonnato e da due imponenti propilei, uno dedicato all'"unità della patria" e l'altro alla "libertà dei cittadini", concetti metaforicamente legati, come già accennato, alla figura di Vittorio Emanuele II[34]: sarebbe quindi diventato uno dei simboli della nuova Italia, affiancandosi ai monumenti dell'antica Roma e a quelli della Roma dei papi[3][29]. Essendo poi stato concepito come una grande piazza pubblica, il Vittoriano, oltre a rappresentare un memoriale dedicato alla persona del sovrano, fu investito di un altro ruolo: un moderno foro dedicato alla nuova Italia libera e unita[35].
Da un punto di vista architettonico il monumento doveva essere costituito da una serie di scalinate adattate ai fianchi scoscesi del colle del Campidoglio[20][34]. Tutto il complesso sarebbe apparso come una sorta di rivestimento marmoreo del versante settentrionale del Colle del Campidoglio[34], caricandosi di significati simbolici legati al Risorgimento[20]. L'area specifica per la costruzione del monumento fu inizialmente individuata in piazza dell'Esedra (la moderna piazza della Repubblica) ma, in seguito, fu scelto un sito a nord della basilica di Santa Maria in Aracoeli anche per aprire una nuova piazza alle pendici del Vittoriano, piazza Venezia[1], corrispondente all'area occupata dal Convento di Aracoeli, complesso monastico di origine medievale e gestito dall'ordine dei Frati Minori insieme all'annessa biblioteca, comprendente anche la cinquecentesca cosiddetta Torre di Paolo III affacciante su Via del Corso[36][37].
Il progetto originario del Vittoriano (uno dei più grandiosi realizzati nel XIX secolo in Italia) prevedeva l'utilizzo del marmo per il sommoportico e del travertino (pietra tradizionale degli edifici dell'antica Roma) per la restante parte del monumento: tuttavia fu impiegato il solo marmo botticino, più facilmente modellabile e più simile ai marmi bianchi che gli antichi romani usavano nelle costruzioni più rappresentative[38]. In realtà la prima scelta era stata per il marmo di Carrara, ma la richiesta di un prezzo giudicato troppo elevato dalla commissione reale spinse quest'ultima, il 2 luglio 1889, a decretare l'utilizzo del marmo botticino[39].
Questo materiale fu inoltre preferito soprattutto per le sue peculiarità cromatiche: rispetto al marmo di Carrara, che è caratterizzato da un bianco assoluto, il marmo botticino ha una tonalità bianca che possiede una leggera tendenza al giallo paglierino, caratteristica che gli conferisce un maggiore "calore". A causa del cambiamento del tipo di marmo, che avrebbe fornito una luminosità differente e un'elegante bicromia in sincrono con il travertino, Giuseppe Sacconi fu obbligato a rivedere il progetto e apportò lievi modifiche[39]. Il Vittoriano si arricchì di ulteriori fregi, trofei, bassorilievi e piccole statue, tutte collocate lungo i muri perimetrali che, nel complesso, fornivano un impatto visivo paragonabile alla bicromia dovuta all'ipotetico uso di due materiali diversi di rivestimento. Per poi attirare lo sguardo dell'osservatore verso il sommoportico, in luogo di un materiale di copertura differente, Sacconi rese le decorazioni di questa parte del monumento più vistose mediante l'aggiunta di alcune piccole statue[38].
Il marmo botticino prende il nome dalla sua zona di estrazione, Botticino, comune italiano a nord-est di Brescia, che è distante circa 500 chilometri da Roma[40]. La sostituzione del travertino scelto da Sacconi generò così molte polemiche, che furono originate dalla distanza da Roma delle cave di marmo botticino, giudicata eccessiva: a pochi chilometri a sud-est di Roma, nei pressi dei Tivoli, esistono ampi giacimenti di travertino, tutt'oggi sfruttati in una molteplicità di cave da numerose aziende locali[41].
I ritrovamenti archeologici |
La direzione dei lavori fu affidata a Giuseppe Sacconi con un regio decreto datato 30 dicembre 1884[42][43] e l'apertura ufficiale del cantiere avvenne il 1º gennaio 1885[44]. La solenne cerimonia della posa della prima pietra del Vittoriano avvenne il 22 marzo 1885 alla presenza di re Umberto I di Savoia, della regina Margherita di Savoia, dell'intera famiglia reale e di una folta rappresentanza straniera[45][46].
Durante i primi scavi nel 1887, in luogo del tufo compatto sul quale tutti si aspettavano il monumento avrebbe dovuto poggiare, si trovarono argille fluviali, banchi di sabbia e una cospicua presenza di caverne, cunicoli e cave[47][48]. Le caverne e i cunicoli erano stati previsti, visto che si sapeva che in tempi antichi la zona era stata scavata dai romani, ma non in simile e massiccia densità[49]. Giuseppe Sacconi fu costretto a modificare il progetto e a prevedere un'opera di rinforzamento dei cunicoli con la costruzione di strutture che poggiavano sulle loro volte[50]. Alcune cave furono poi utilizzate durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo[51].
Con la prosecuzione dei lavori di scavo venne anche alla luce un tratto delle mura serviane, prima cinta muraria della città risalente al VI secolo a.C., ovvero all'epoca dei re di Roma, nonché i resti di un mammuth: entrambi i ritrovamenti furono inglobati nei muri dell'erigendo Vittoriano senza però distruggerli e lasciando la possibilità di ispezionarli, tranne alcune parti dell'animale fossile (trasferite all'università di Roma)[48]. Furono poi rinvenuti molti altri reperti romani, sparsi sull'intera area del cantiere, tra cui resti di costruzioni, statue, capitelli, oggetti di uso comune, ecc.[52][53]
Conseguenza del ritrovamento delle mura serviane fu una modifica sostanziale del progetto: furono aggiunti altri due piloni di fondazione al sommoportico, così da lasciare liberi e ispezionabili i reperti archeologici rinvenuti durante i lavori di sbancamento[34]. Per tale motivo il sommoportico fu maggiormente incurvato e ne vennero cambiate le dimensioni, che passarono da 90 a 114 metri di lunghezza, con il numero di colonne, comprese quelle dei propilei, che aumentò da sedici a venti[34][54]. Le colonne, inoltre, furono rese più slanciate. In questo modo il Vittoriano passò dall'essere uno dei tanti monumenti del colle del Campidoglio che non spiccava in modo particolare (com'era previsto dal progetto originario) a vistosa e imponente costruzione che abbracciava in maniera più avvolgente il versante settentrionale del colle[34].
Altra modifica in corso d'opera provenne da Sacconi che, nel febbraio 1888, propose l'aggiunta degli spazi interni al Vittoriano. L'idea gli era venuta dopo la scoperta dei cunicoli e delle caverne nel sottosuolo: alcune di esse furono poi sfruttate per realizzare parte degli ambienti interni del Vittoriano[54], ovvero stanze, cripte, gallerie e corridoi[34]. Questi ambienti interni avrebbero poi ospitato il Museo centrale del Risorgimento, il Sacrario delle Bandiere e la cripta del Milite Ignoto[54].
A causa di queste modifiche il costo dell'opera passò dai 9 milioni di lire inizialmente preventivati ai 26,5 milioni finali[55][56]. Per realizzare le fondamenta fu infine necessario sbancare 70 000 metri cubi di terreno[4].
Le demolizioni degli edifici circostanti |
Per erigere il Vittoriano fu necessario, fra gli ultimi mesi del 1884[50] e il 1899, procedere a numerosi espropri e a estese demolizioni degli edifici che si trovavano nell'area del cantiere[10]. Il luogo scelto era nel cuore del centro storico di Roma ed era quindi occupato da antichi edifici disposti secondo un'urbanistica che risaliva al Medioevo[20].
Gli abbattimenti furono effettuati grazie a un preciso programma stabilito da Agostino Depretis, presidente del Consiglio[45][57][58]. I lavori di demolizione, e conseguentemente quelli di costruzione del Vittoriano, procedettero speditamente grazie a strumenti urbanistici speciali resi disponibili dal governo[59]. Tutti gli abbattimenti passarono al vaglio della commissione reale che, tra le centinaia di edifici e di resti archeologici, decise quali preservare e quali radere al suolo[60].
Ciò fu reputato necessario perché il Vittoriano sarebbe dovuto sorgere nel cuore del centro storico di Roma, in un contesto urbanistico moderno, davanti a una nuova grande piazza (la futura piazza Venezia) che all'epoca era solo un angusto spiazzo di fronte all'omonimo palazzo[55]. Dal 1900 al 1906 furono eseguiti i lavori, basati sulle idee di Giuseppe Sacconi, per ampliarla e renderla di forma quadrata modernizzandone l'andamento: in precedenza i suoi confini, che erano molto più limitati di quelli attuali, erano stati disordinatamente dettati dagli antichi immobili circostanti[4], tra cui alcuni tuttavia di pregio, quale il Palazzo Bolognetti-Torlonia[61]. Era infatti nuovo e contemporaneo il significato simbolico del monumento: la celebrazione della nuova Italia libera e unita[62][63].
In questo modo scomparvero alcune strade storiche di Roma e i relativi quartieri, come via Della Pedacchia, via Di Testa Spaccata, via Della Ripresa Dei Barberi, via Macel De' Corvi e l'annessa piazza dove risiedette l'artista Michelangelo; altre strade al contrario furono stravolte con la demolizione di tutti i caseggiati che vi sorgevano ai lati, come via Giulio Romano, via San Marco e via Marforio[1][64][65][66]. Parte delle demolizioni furono effettuate per consentire la visione del monumento da via del Corso e da via Nazionale. In totale la superficie totale che fu rasa al suolo fu pari a 19 200 metri quadrati[67].
Contro le demolizioni si espressero diverse personalità, tra cui il sindaco di Roma Leopoldo Torlonia e l'archeologo Rodolfo Lanciani[20]. In sede parlamentare fu invece Ruggiero Bonghi, il 10 maggio 1883, ad attaccare con veemenza le demolizioni[68][69]. A queste critiche si aggiunsero quelle di Ferdinand Gregorovius, storico tedesco celebre per i suoi studi sulla Roma medievale[70], e di Andrea Busiri Vici, presidente dell'Accademia nazionale di San Luca[71]. Di contro ci furono anche pareri autorevoli, come quello dello storico dell'arte Giovanni Battista Cavalcaselle e dell'architetto Camillo Boito, che erano invece favorevoli alle demolizioni, pur con i distinguo del caso[20].
Già nei primi anni del XX secolo Primo Levi spiegò la scelta di elevare il Vittoriano sul colle del Campidoglio, che definì metaforicamente il centro della "Terza Roma", richiamando una futura e ipotetica terza epoca della storia d'Italia, dopo l'antica Roma e la Roma dei papi (una successione storica vista come naturale, dettata dalla cesura della caduta dell'Impero romano d'Occidente[72]), durante la quale la città sarebbe potuta diventare nuovamente di riferimento per il mondo[73]. In questo contesto fu reputato necessario dotarla di infrastrutture e di edifici, anche simbolici come il Vittoriano, che ne rimarcassero il ruolo di capitale del neonato Regno d'Italia[74].
L'obiettivo generale era anche quello di fare di Roma una moderna capitale europea che rivaleggiasse con Berlino, Vienna, Londra e Parigi[75] superando la secolare urbanistica pontificia[76]. In questo contesto il Vittoriano sarebbe stato l'equivalente della Porta di Brandeburgo di Berlino, dell'Admiralty Arch di Londra e dell'Opéra Garnier di Parigi: questi edifici sono infatti tutti accomunati da un aspetto monumentale e classicheggiante che comunica metaforicamente l'orgoglio e la potenza della nazione che li ha eretti[74].
La statua equestre di Vittorio Emanuele II |
La costruzione della statua equestre di Vittorio Emanuele II, prima opera realizzata e fulcro architettonico dell'intero monumento, fu affidata dalla commissione reale, previo altro concorso indetto il 9 febbraio 1884, a Enrico Chiaradia già nell'aprile 1889, nel giorno stesso della chiusura del concorso per la costruzione del Vittoriano[56].
La statua, che fu completata da Emilio Gallori, visto che il suo ideatore era morto nel 1901[77], fu fusa con il bronzo proveniente da alcuni cannoni del Regio Esercito e poi montata sul basamento marmoreo dove furono scolpite le personificazioni allegoriche delle quattordici città "nobili" d'Italia, tra il 1907 e il 1910[78]. I centri raffigurati sono le capitali delle antiche monarchie italiane preunitarie e delle repubbliche marinare, la cui nascita è ascrivibile a un periodo precedente alla monarchia sabauda: per tale motivo furono reputate le "madri nobili" dell'Italia risorgimentale[79].
In occasione della visita di re Vittorio Emanuele III di Savoia le autorità decisero di offrire un rinfresco a un ristretto gruppo di invitati tra coloro che avevano partecipato al progetto. L'evento fu allestito all'interno del ventre del cavallo di bronzo, che fu in grado di ospitare più di venti persone, come testimoniano le fotografie d'epoca, le cui copie sono esposte nella terrazza posteriore del Vittoriano[80][81][82].
La prosecuzione dei lavori |
La decisione di inserire all'interno del Vittoriano un "altare" dedicato alla patria fu presa da Giuseppe Sacconi solo successivamente alla fase progettuale, durante i lavori di costruzione del monumento[83]. Il suggerimento pare che fosse venuto da Giovanni Bovio, filosofo e deputato repubblicano, che gli suggerì di inglobare un Altare della Patria su modello degli analoghi civili costruiti in Francia nello stesso periodo[84].
Il luogo e il soggetto dominante furono scelti subito: una grande statua della dea Roma che sarebbe stata collocata sul primo terrazzo dopo l'ingresso al monumento, appena sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II[85]. Quindi l'Altare della Patria, perlomeno inizialmente e prima della tumulazione della salma del Milite Ignoto, fu pensato come un sacello della divinità[34]. In questo modo fu celebrata la grandezza e la maestà di Roma, eletta al ruolo di legittima capitale d'Italia[86]. Questo richiamo non è stato un'eccezione: nel Vittoriano sono numerose le opere artistiche che richiamano la storia dell'antica Roma[74].
Dopo la morte di Giuseppe Sacconi, avvenuta nel 1905, i lavori proseguirono sotto la direzione di Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini[56], che predisposero il quarto progetto generale del Vittoriano: il terzo progetto fu invece realizzato nel 1906 dai tre stretti collaboratori di Sacconi (Pompeo Passerini, Adolfo Cozza e Giulio Crimini) che presero temporaneamente le redini del cantiere dopo la sua morte. Fu mostrato al pubblico un suo modello in gesso, poi andato perso in un incendio, in occasione dell'Esposizione internazionale di Milano[87], mentre il secondo progetto del Vittoriano dopo quello originario fu quello compiuto da Sacconi nel 1890 in occasione della visita al cantiere di re Umberto I di Savoia[88].
Con questo quarto e ultimo progetto il Vittoriano ebbe la sua forma definitiva: un monumento caratterizzato da opere d'arte allegoriche a esclusione della statua equestre di Vittorio Emanuele II, su cui spicca simbolicamente l'Altare della Patria[34][87]. Con la realizzazione di questo pezzo il Vittoriano passò da essere un memoriale dedicato alla persona di re Vittorio Emanuele II e un moderno foro d'Italia[35], a un tempio laico pensato, perlomeno inizialmente, come un'ara della dea Roma[87].
Nel 1906, tramite regio decreto datato 17 maggio, fu istituito il "Comitato nazionale per la storia del Risorgimento", antesignano del moderno e omonimo istituto. Nello stesso decreto fu decisa la sede di questo comitato: l'erigendo Vittoriano. Contestualmente fu decretato che il monumento, al suo interno, avrebbe anche ospitato il "Centro culturale di studi e ricerche sul Risorgimento", nonché un museo e una biblioteca sull'argomento[86]. In precedenza, nel febbraio 1900, si era verificato il passaggio della gestione del cantiere dalla "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II" al Ministero dei lavori pubblici[89][90].
Negli anni precedenti al 1911, anno di inaugurazione del Vittoriano, furono operate le ultime modifiche al progetto, aggiornamento che diede come risultato la versione finale del monumento. Questa ultima revisione comprese l'abbassamento delle balaustre delle terrazze e la modifica di alcune scalinate (rese più rettilinee) al fine di slanciare ulteriormente la struttura e dare l'impressione che fosse la naturale prosecuzione architettonica di piazza Venezia[56]. Un'importante modifica al progetto fu eseguita intorno al 1900, dopo un'interruzione dei lavori che durò dal 1896 al 1898 per mancanza di fondi[91]: l'originario ingresso a due scalinate fu cambiato in una sola entrata affiancata da due cosiddette "fontane dei mari"[92].
L'inaugurazione |
I nomi con cui è conosciuto il Vittoriano |
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Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II è indicato con altri due nomi: "(Mole del) Vittoriano" e "Altare della Patria", che allora come oggi sono i nomi più usati per chiamare il monumento[93][94]. Dal 1921, quando il Milite Ignoto fu tumulato sotto la statua della dea Roma nella parte del Vittoriano che è chiamato "Altare della Patria", l'espressione ha cominciato a indicare non solo il luogo della sepoltura del soldato, personificazione di tutti i caduti e i dispersi in guerra, ma l'intera struttura[95]: ciò è avvenuto grazie al forte sentimento popolare per il simbolico Milite[96]. |
Il complesso monumentale fu inaugurato davanti a un'immensa folla il 4 giugno 1911, in occasione degli eventi collegati all'Esposizione internazionale di Torino durante le celebrazioni del 50º anniversario dell'Unità d'Italia[86], da re Vittorio Emanuele III[97].
Alla cerimonia parteciparono anche la regina Elena, la regina madre Margherita di Savoia e la restante parte della famiglia reale, compresa Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II e regina madre del Portogallo, da poco deposta dalla rivoluzione che aveva instaurato la repubblica nel 1910[97][98]. Erano anche presenti il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, i seimila sindaci d'Italia, i veterani delle guerre risorgimentali e tremila studenti delle scuole romane[86].
Tra i veterani delle guerre (sia quelli inquadrati nel Regio Esercito che i garibaldini) ci furono alcune personalità rilevanti, come l'ultimo sopravvissuto della Costituente che proclamò la Repubblica romana del 1849. Presenziarono anche i tre garibaldini che fecero sfilare una bandiera tricolore durante la campagna del Trentino, operazione militare della terza guerra d'indipendenza italiana guidata nel 1866 da Giuseppe Garibaldi, e la battaglia di Digione – combattuta tra il 1870 e il 1871 durante la guerra franco-prussiana. Questo secondo vessillo accompagnò i volontari italiani che decisero di combattere in supporto dell'alleato prussiano e, a causa di colpi di mitragliatrice, rimase assai danneggiato: era rimasta integra solo la banda verde, quella vicina all'asta, al contrario di quella bianca interamente sfilacciata[99].
Il clima vissuto durante la cerimonia di inaugurazione del Vittoriano fu connotato da un intenso spirito unitario e nazionale. Nonostante questa atmosfera conciliante ci furono delle voci fuori dal coro. Alla solenne manifestazione erano infatti contrari i socialisti (in quel momento guidati dall'ala massimalista, che era quella più intransigente e radicale) per via della loro ideologia internazionalistica, e i repubblicani, che erano critici verso questa cerimonia visti gli indiscutibili connotati monarchici del monumento[100].
La tumulazione del Milite Ignoto |
Dopo la prima guerra mondiale l'Altare della Patria fu scelto per ospitare la tomba del Milite Ignoto, ovvero la sepoltura di un soldato italiano morto durante il primo conflitto mondiale la cui identità resta sconosciuta a causa delle gravi ferite che resero irriconoscibile il corpo: proprio per questo motivo rappresenta tutti i militari italiani che morirono durante le guerre[101]. Il motivo del suo spiccato simbolismo risiede nella transizione metaforica dalla figura del soldato a quella del popolo, infine a quella della nazione: questo passaggio tra concetti sempre più ampi e generici è dovuto ai tratti indistinti della non identificazione del soldato[102].
La salma fu sepolta con una cerimonia solenne il 4 novembre 1921 in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate[101] e da allora la sua tomba è sempre vigilata da un picchetto d'onore e da due fiamme che ardono perennemente[103]. La cerimonia fu la più importante e partecipata manifestazione patriottica dell'Italia unita[104], visto che vi presero parte un milione di persone[105]. Tale celebrazione rappresentò anche il recupero, da parte degli italiani, di quello spirito patriottico che era stato annacquato dalle sofferenze patite durante il sanguinoso conflitto[106]. L'Altare della Patria, pensato inizialmente come ara della dea Roma, diventò quindi anche sacello del Milite Ignoto[107].
Parteciparono anche i socialisti e i comunisti: costoro infatti, come già accennato, erano legati a un'ideologia internazionalistica per definizione e, quindi, furono ufficialmente avversi a questa celebrazione dai vistosi connotati patriottici[106]. Inoltre le forze politiche socialiste, durante il dibattito parlamentare che aveva portato l'Italia a partecipare alla prima guerra mondiale, erano in parte contrarie a un intervento diretto del Paese in questo conflitto[108]. I socialisti resero comunque onore al Milite Ignoto, definendolo «proletario straziato da altri proletari»[1].
Il Vittoriano è stato così consacrato alla sua valenza simbolica definitiva diventando – grazie al richiamo della figura di Vittorio Emanuele II di Savoia e alla presenza dell'Altare della Patria – un tempio laico dedicato metaforicamente all'Italia libera e unita e celebrante – in virtù della tumulazione del Milite Ignoto – il sacrificio per la patria e per gli ideali nazionali[1][109][110].
Il completamento |
Nel 1925, in occasione del Natale di Roma (21 aprile), fu inaugurata la parte mancante dell'Altare della Patria, ovvero le sculture realizzate da Angelo Zanelli che affiancano la statua della dea Roma[111]. Con la realizzazione della quadriga dell'Unità e della quadriga della Libertà, che furono poste sui rispettivi propilei fra il 1924 e il 1927, gli spazi esterni del Vittoriano poterono dirsi completati[112]. Intanto il 19 febbraio 1921 era stata sciolta la "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II"[113].
Nel 1928 si decise di sistemare l'area adiacente al Vittoriano aprendo via del Teatro di Marcello; ciò comportò lo smantellamento della secentesca Chiesa di Santa Rita da Cascia in Campitelli, che sorgeva alle pendici della scalinata della basilica dell'Ara Coeli e che fu ricostruita, dieci anni più tardi, nei pressi del teatro di Marcello[114]. I lavori di scavo portarono alla luce l'insula dell'Ara Coeli, risalente al II secolo d.C. e ancora oggi visibile sul lato sinistro del Vittoriano[115]. La sistemazione dell'area intorno al monumento fu completata tra il 1931 e il 1933 dall'architetto Raffaele De Vico, che progettò le due esedre alberate a gradoni di travertino[116].
La cripta del Milite Ignoto fu invece inaugurata durante la manifestazione del 24 maggio 1935, che era dedicata al ventennale dell'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale[117]. Questo ambiente è situato sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II, da cui è possibile vedere il lato del sacello del Milite Ignoto rivolto verso l'interno del Vittoriano[118]. Si trova quindi in corrispondenza dell'Altare della Patria, da cui invece si può vedere il lato della tomba del Milite Ignoto che dà verso l'esterno dell'edificio[119].
I lavori di completamento del Vittoriano ebbero luogo alla fine nel 1935 e riguardarono la realizzazione del Museo centrale del Risorgimento, inaugurato e aperto al pubblico soltanto nel 1970. Nell'occasione fu prevista anche la creazione di un Sacrario delle Bandiere, deputato a ospitare un'esposizione delle bandiere militari italiane storiche[120]. I suoi prodromi furono il trasferimento all'interno del Vittoriano delle bandiere di guerra dei reggimenti disciolti che in precedenza si trovavano a Castel Sant'Angelo[117]: anche il Sacrario delle Bandiere divenne visitabile solamente più tardi, il 4 novembre 1968, in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate[121][122].
Il completamento degli spazi interni, compresa la cripta del Milite Ignoto (con mosaici di Giulio Bargellini), è da attribuire ad Armando Brasini, già direttore artistico del Vittoriano[87][116]. Lo stesso architetto si occupò anche del prospetto laterizio a contrafforti su via di San Pietro in Carcere[116]. In questo contesto, nel 1939, la gestione del Vittoriano passò dal Ministero dei lavori pubblici a quello della pubblica istruzione[123].
Il fascismo |
Con l'avvento del fascismo il Vittoriano diventò uno dei palcoscenici del regime guidato da Benito Mussolini[1][76]. I prodromi alla politicizzazione di questo luogo si ebbero già nel 1920, prima della tumulazione del Milite Ignoto (1921) e della marcia su Roma (1922), per via di manifestazioni antisocialiste e antibolsceviche organizzate dai partiti nazionalisti e patriottici che ebbero luogo al Vittoriano prima delle elezioni amministrative dell'ottobre 1920 e delle elezioni politiche del maggio 1921[108].
La conclusione della prima guerra mondiale e gli esiti del trattato di Versailles lasciarono amareggiato il governo italiano che, secondo il Patto di Londra sottoscritto nell'aprile 1915 con la Triplice intesa, a ostilità terminate avrebbe potuto annettere tra gli altri territori anche la Dalmazia settentrionale; al contrario l'area, eccettuata la città di Zara, fu inglobata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nato dalla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico. Pure le promesse di compensazioni sotto forma di mandati della Società delle Nazioni (sostanzialmente alcune ex colonie tedesche e parte delle terre non turche che erano appartenute all'Impero ottomano) rimasero disattese. Di conseguenza nacque il mito della "vittoria mutilata" che fu rapidamente fatto proprio dal fascismo, ottima questione politica strumentale al richiamo delle sofferenze e dei sacrifici patiti dal popolo italiano durante la guerra[107]. Quindi il Vittoriano, per la seconda volta, mutò il suo significato metaforico: pur mantenendo l'esteriorità di tempio laico, si trasformò in uno dei simboli del riscatto militare dell'Italia, del patriottismo e della capacità bellica del paese[107], ponendo in secondo piano la celebrazione di Vittorio Emanuele II e la natura di moderno foro[35]. Da dopo la marcia su Roma il monumento fu anche il palcoscenico dove il fascismo organizzava le sue manifestazioni: sulle scalinate si assiepava parte del pubblico che assisteva ai discorsi proferiti da Benito Mussolini dal celebre balcone di Palazzo Venezia, aggettante sull'omonima piazza[108].
Per fissare il Vittoriano nell'immaginario collettivo degli italiani, il fascismo fece un'imponente opera propagandistica dalla fine degli anni venti sfruttando anche la nascente industria cinematografica italiana: l'edificio divenne una presenza costante nei filmati di regime, il cui sfondo era spesso il panorama di Roma[124]. Dal 1928 al 1943 il Vittoriano è comparso in 249 filmati distribuiti nei cinema italiani; 168 di queste apparizioni (il 67,5%) erano legate a un omaggio al Milite Ignoto, 81 (il restante 32,5%) furono teatro di una manifestazione fascista organizzata tra le sue mura[125].
In questo contesto l'architetto e ingegnere Gustavo Giovannoni propose la costruzione, nei pressi di piazza di Spagna, di un monumento paragonabile al Vittoriano che celebrasse l'Italia fascista, progetto che non ebbe mai seguito[126]. Questo non fu l'unico punto di contatto tra l'Italia liberale e quella fascista: entrambe avevano l'obiettivo di forgiare una nuova Italia e ambedue avevano tendenze imperialistiche. Ciò che invece le differenziava era il modo con cui volevano perseguire questo obiettivo: l'Italia liberale lasciando il libero arbitrio ai cittadini, il regime fascista con la coercizione e le violenze[127].
La funzione coreografica del Vittoriano durante il ventennio era, comunque, una sorta di ripiego, perché fungeva da sfondo solenne e spettacolare alle parate militari lungo via dell'Impero (la moderna via dei Fori Imperiali), che si snodavano sotto il balcone di palazzo Venezia[119]. Se non altro il monumento mantenne un certo ruolo nella cornice nazionalista fascista dacché accoglieva il Milite Ignoto, a cui il regime rendeva spesso omaggio[128]. Anche l'ara dei caduti fascisti, che si trovava sul colle del Campidoglio, aveva un ruolo analogo[96].
L'oblio |
Con la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e la fine della seconda guerra mondiale in Europa (8 maggio 1945) in Italia poté avvenire una svolta democratica e, in conseguenza del referendum del 2 giugno 1946, nacque la Repubblica Italiana. Il Vittoriano fu svuotato dai contenuti militareschi associatigli dal fascismo e tornò alla precedente funzione di tempio laico[1][110][109].
Da quel momento in poi l'Altare della Patria è tornato a essere il teatro di manifestazioni simboliche che rappresentano l'intero popolo italiano. Le più importanti si svolgono annualmente in occasione dell'Anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d'alloro[110].
Dagli anni sessanta del XX secolo, però, il Vittoriano andò incontro al disinteresse, se non quando nello sprezzo[129]. Non era infatti più considerato uno dei simboli dell'identità nazionale e rappresentava anzi, con la sua mole neoclassica, un'ingombrante testimonianza del passato italiano, del fascismo, delle colonie, delle tragedie della prima metà del Novecento[130]. Complice il sempre più evidente stato di abbandono, le celebrazioni che vi avvenivano erano sempre meno partecipate, incluse quelle che interessavano il Milite Ignoto[32][129]. Da più parti si giunse anche a proporre di abolirle oppure di trasferirle altrove, perché era ancora vivo il ricordo delle adunate oceaniche fasciste. Pertanto il Vittoriano, progressivamente, scivolò in una damnatio memoriae che causò la sua esclusione dall'immaginario collettivo italiano[129].
A questo si aggiunse la dolorosa memoria delle demolizioni e degli sventramenti di interi isolati storici di Roma, proseguiti per decenni sotto i governi liberali o durante la dittatura[58]. Anche da parte delle istituzioni ci fu un mutamento: da eventi coinvolgenti e emozionanti si passò a commemorazioni rituali e asettiche, svolte per ordinaria necessità e con poco trasporto pubblico. Pure piazza Venezia, in conseguenza dell'espansione urbanistica di Roma nel dopoguerra e dell'incremento esponenziale del traffico veicolare, si tramutò in un semplice nodo nevralgico del sistema stradale cittadino[129].
Il 12 dicembre 1969 il Vittoriano fu luogo di un attentato: attorno alle 17:30 scoppiarono due bombe, a dieci minuti l'una dall'altra, in concomitanza con la strage di piazza Fontana a Milano; presso il monumento non si ebbero comunque vittime. Erano state collocate lateralmente, in corrispondenza di ciascun propileo, e una riuscì a scardinare la porta del Museo centrale del Risorgimento (lanciata via per sette metri) e a rompere le vetrate della basilica di Santa Maria in Aracoeli. La seconda detonazione rese pericolante il basamento di un pennone[131]. A causa dei danni dovuti all'attentato il Vittoriano fu chiuso al pubblico e tale restò per trent'anni[132]: d'altronde l'edificio magniloquente era ormai ignorato e la sua utilità non era più sentita o riconosciuta[131].
Complice la scia del clima politico degli anni settanta il Vittoriano conobbe un lungo periodo di oblio pressoché completo, durante il quale persino le istituzioni lo marginalizzarono. Nel 1975 passò in carico dal Ministero della pubblica istruzione a quello dei beni culturali, ente che tuttora lo gestisce. Nel 1981, tramite decreto datato 20 maggio, il ministero dichiarò l'importanza storica e artistica del Vittoriano, riallacciandosi alla precedente legge n° 1089 del 1º giugno 1939[123].
Alla fine degli anni ottanta sorse un movimento d'opinione che ne voleva la "ruderizzazione", ossia il completo abbandono a sé stesso a cui sarebbe seguita una fase di smantellamento parziale, con l'asportazione delle opere artistiche più importanti (che sarebbero state conservate in qualche museo) e la conversione del monumento a semplice passeggiata sopraelevata: ciò avrebbe richiesto anche l'abbattimento delle sezioni più imponenti e simboliche, come parte del sommoportico e dei propilei[133]. In questo modo il Vittoriano non sarebbe più spiccato agli occhi dei visitatori e avrebbe avuto una monumentalità paragonabile a quella degli edifici circostanti[134].
La riscoperta |
Fu l'ex Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi, all'inizio del XXI secolo, a iniziare un'opera di riscoperta e di valorizzazione dei simboli patri italiani, Vittoriano compreso[32][132][135]. Grazie all'iniziativa di Ciampi esso ha riacquisito l'importanza simbolica che aveva un tempo[132]. L'operato di Ciampi è stato ripreso e continuato anche dal suo successore, Giorgio Napolitano, con particolare risalto durante le celebrazioni del 150º anniversario dell'Unità d'Italia[135].
Nello specifico il monumento fu reso nuovamente accessibile al pubblico su pressioni di Carlo Azeglio Ciampi il 24 settembre 2000, dopo un accurato restauro e in occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico 2000-2001, la cui parte più importante avvenne proprio al Vittoriano alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana[132][136].
Dal 4 novembre 2000 le cerimonie simbolicamente più importanti dell'Anniversario della liberazione d'Italia, della Festa della Repubblica e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate avvengono stabilmente presso il monumento[132]. Il Vittoriano è anche diventato importante sede museale di collezioni inerenti all'identità nazionale italiana: gli spazi espositivi presenti (il Museo centrale del Risorgimento e il Sacrario delle Bandiere) sono stati rilanciati con un'opera di potenziamento e aggiornamento che li ha resi sempre più frequentati dai turisti[132].
Questa rinascita del Vittoriano è andata di pari passo con la costante e crescente opera di valorizzazione degli altri simboli patri italiani[132]. Attualmente il Vittoriano rimane proprietà del Ministero dei beni culturali e, dal 1º febbraio 2005, è gestito dalla direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio[123][137].
Pianta del Vittoriano |
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Opere architettoniche e artistiche |
Generalità |
Il Vittoriano si trova sul colle del Campidoglio, nel centro simbolico della Roma antica, ed è collegato a quella moderna grazie a strade che dipartono a raggiera da piazza Venezia[87]. Il complesso monumentale del Vittoriano è alto 70 metri (81 metri comprese le quadrighe di coronamento dei due propilei), largo 135 metri, profondo 130 metri, occupa una superficie di 17 550 metri quadrati e possiede, grazie al cospicuo sviluppo degli spazi interni, una superficie calpestabile di 717 000 metri quadrati[3][4][138].
La scalinata d'ingresso è larga 41 metri e lunga 34 metri, la terrazza dove è situato l'Altare della Patria è larga 66 metri[4]. La profondità massima dei sotterranei del Vittoriano raggiunge i 17 metri sotto il livello stradale. Il colonnato è formato da colonne alte 15 metri e la lunghezza del porticato è pari 72 metri[138]. Dal giugno 2007 è possibile salire alla terrazza delle quadrighe usufruendo di un ascensore[5]: questa terrazza, che è la più alta del monumento, è anche raggiungibile tramite 196 scalini che partono dal sommoportico[139].
Uno degli elementi architettonicamente preponderanti del Vittoriano sono le scalinate esterne, che sono costituite nel complesso da 243 gradini, e il portico situato sulla sommità del monumento, che è inserito tra due propilei laterali[138]. Quest'ultimo è per la precisione chiamato sommoportico per la sua posizione sopraelevata (da "sommo", in italiano "alto", "grande", "parte più elevata"[140]). Altro elemento architettonicamente rilevante è l'ampio colonnato di ordine corinzio che caratterizza il sommoportico e i due propilei[74].
Le allegorie del monumento rappresentano perlopiù le virtù e i sentimenti, molto spesso resi come personificazioni, anch'esse secondo i canoni dello stile Neoclassico, che hanno animato gli italiani durante il Risorgimento, ovvero dai moti del 1820-1821 alla presa di Roma (1870), attraverso i quali è stata realizzata l'unità nazionale[141]. Nel Vittoriano è cospicua la presenza di statue raffiguranti Vittorie alate, sia in marmo che in bronzo, che simboleggiano il buon auspicio di cui si godette nell'accorpamento politico della penisola[142].
Come già accennato, sono numerose anche le opere artistiche che richiamano la storia dell'antica Roma[74]: fin dalla sua inaugurazione il complesso del Vittoriano celebra anche la grandezza e la maestà di Roma, che è eletta al ruolo di legittima capitale d'Italia[86]. Diversi poi sono i simboli vegetali presenti, fra i quali la palma, che richiama la "vittoria", la quercia (la "forza"), l'alloro (la "pace vittoriosa"), il mirto (il "sacrificio") e l'ulivo (la "concordia")[3]. Tutte le opere d'arte realizzate per il Vittoriano hanno impegnato i maggiori artisti allora attivi in Italia[116].
Nel Vittoriano sono diffusi significati allegorici che sarebbero dovuti essere chiari e univoci, perlomeno secondo le intenzioni dei loro realizzatori. Questo obiettivo non fu però raggiunto, visto che le opere hanno spesso subito delle interpretazioni ambigue. L'ambivalenza intrinseca del Vittoriano va ricercata forse nel Risorgimento, che fu caratterizzato da una natura duale: da una parte i patrioti, dall'altra la maggioranza silenziosa formata principalmente da contadini e dalla classe media, che era indifferente al processo di unificazione italiana. Anche gli stessi patrioti non erano unitari: fin dall'inizio furono infatti divisi in centralisti e federalisti, in monarchici e repubblicani, ecc.[143]
A questo va aggiunta la stratificazione storica e la profonda differenza di impiego pubblico del Vittoriano, in particolare il contrasto politico tra l'Italia liberale e quella fascista nel diffondere i rispettivi messaggi politici[143]. Se l'Italia liberale vedeva nel Vittoriano un tempio laico dove celebrare metaforicamente l'unità e la libertà della patria, il fascismo considerava il monumento come un palcoscenico dove ostentare la potenza militare aggressiva del paese[119].
Lo stile architettonico che influenzò di più l'architettura del Vittoriano fu quello in voga durante il Secondo Impero francese di Napoleone III (1852-1870), che fu assai comune nei nuovi edifici costruiti a Parigi in quel periodo, portando alla completa trasformazione della capitale francese[33]. Da un punto di vista stilistico, l'architettura e le opere d'arte che impreziosiscono il Vittoriano sono state concepite con l'obiettivo di creare uno "stile nazionale" da replicare anche in altri ambiti[1]. Pensato per comunicare i fasti imperiali di Roma, si è ispirato alle forme utilizzate anche in ambito coloniale da diverse nazioni imperialiste dell'epoca come il Regno Unito, la Francia, l'Impero tedesco e il Belgio[74]. Soprattutto, per la realizzazione del Vittoriano, Giuseppe Sacconi prese spunto dall'architettura neoclassica – l'erede rinata dell'architettura greca classica e di quella romana, sulle quali furono innestati elementi italici e aggiunte influenze eclettiche[2].
Le fontane dei due mari |
Addossate al basamento esterno del Vittoriano, ai lati della cancellata d'ingresso di piazza Venezia, si trovano le "fontane dei due mari" che sono dedicate al mare Adriatico e al mar Tirreno. Entrambe sono inserite in un'aiuola e possiedono, fin dall'origine, un sistema idraulico che ne ricicla l'acqua evitando gli sprechi. Un tempo era anche attiva una cisterna da 500 000 litri d'acqua, poi abbandonata, che si trova nei sotterranei del monumento[144]. Le due fontane rappresentano dunque i due maggiori mari italiani e, pertanto, in quest'ottica il Vittoriano viene assimiliato alla penisola italiana. Il questo modo è rappresentato, anche geograficamente, l'intero Paese[1]. A destra della fontana dell'Adriatico si osservano i resti del Sepolcro di Gaio Publicio Bibulo, monumento dell'epoca repubblicana, importante punto di riferimento per la toponomastica romana antica[145].
Le scalinate esterne e le terrazze |
Le scalinate esterne del Vittoriano si adattano ai fianchi ascendenti del versante settentrionale del colle del Campidoglio e conducono, partendo dall'ingresso di piazza Venezia, alla terrazza dell'Altare della Patria, poi alla terrazza delle città redente (quella immediatamente al di sotto del colonnato del sommoportico) e infine alle terrazze dei due propilei, che si affiancano al sommoportico costituendone i due ingressi[33][34][111].
Il Vittoriano, come già accennato, è stato ideato come un grande foro aperto ai cittadini, una specie di piazza sopraelevata nel cuore della capitale organizzata come un'agorà su tre livelli dove sono ampi gli spazi riservati al transito e alla sosta dei visitatori, di cui le scalinate e le terrazze costituiscono l'elemento fondamentale[32][33].
Il monumento, nel complesso, appare come una sorta di rivestimento marmoreo del versante settentrionale del colle del Campidoglio[34]: è stato quindi pensato come un luogo dov'è possibile compiere una passeggiata patriottica ininterrotta (il percorso non ha infatti una fine architettonica, dato che gli ingressi alla parte più elevata sono due, una per ciascun propileo) tra le opere presenti, che hanno quasi tutte significati allegorici legati alla storia d'Italia[131].
All'ingresso è presente un'imponente scalinata che porta alla terrazza dell'Altare della Patria e del Milite Ignoto e che rappresenta la prima piattaforma sopraelevata del Vittoriano, nonché il suo centro simbolico[111]. Il percorso lungo la scalinata continua anche oltre la tomba del Milite Ignoto a rappresentare simbolicamente un corteo di italiani continuo e senza interruzioni che prosegue la sua camminata fino al punto più elevato della costruzione: il sommoportico e i propilei[1].
La cancellata artistica d'accesso al Vittoriano, che è opera di Manfredo Manfredi, ha la particolarità di essere "a scomparsa", ossia di poter scorrere verticalmente nel sottosuolo grazie a dei binari. L'impianto che permette l'abbassamento dell'inferriata, originariamente idraulico, era considerato all'epoca della sua costruzione tra i più avanzati tecnologicamente al mondo. La cancellata d'ingresso ha una lunghezza di 40 metri e un peso di 10 500 tonnellate[144].
Su entrambi i lati della scalinata d'ingresso si trovano una serie di sculture che accompagnano il visitatore verso l'Altare della Patria[111]. Le prime sculture che si incontrano sono due gruppi scultorei in bronzo dorato[3], con soggetti ispirati al pensiero di Giuseppe Mazzini[1], Il Pensiero e L'Azione (rispettivamente, a sinistra e a destra della scalinata per chi proviene da piazza Venezia), a cui seguono due gruppi scultorei (anche in questo caso uno per parte) che raffigurano altrettanti Leoni alati e infine, sulla sommità della scalinata, prima dell'inizio della terrazza dell'Altare della Patria, due Vittorie alate[111][145].
La presenza di queste figure non è casuale, visto che hanno un preciso significato. Il Pensiero e L'Azione sono stati infatti fondamentali nel processo di unificazione italiana, visto che sono necessari per far cambiare il corso della storia e per trasformare una società. La forma complessiva dei due gruppi scultorei richiama le caratteristiche intrinseche dei due concetti: L'Azione ha un profilo triangolare e spigoloso, mentre Il Pensiero ha una foggia circolare[142].
I due Leoni alati rappresentano l'iniziazione dei patrioti che decidono di unirsi all'impresa di unificazione italiana motivati da ardore e forza, le quali controllano anche il loro lato istintivo: diversamente i patrioti scivolerebbero verso l'ottenebramento delle loro capacità se l'istinto fosse lasciato completamente libero[142][146]. Le Vittorie alate, oltre a richiamare i successi militari e culturali dell'epoca romana, simboleggiano invece allegoricamente il buon auspicio avuto per la realizzazione dell'unità nazionale[142].
Al termine della scalinata d'ingresso, subito dopo le statue delle Vittorie alate, si apre il terrazzo dell'Altare della Patria, prima piattaforma sopraelevata del Vittoriano, che è dominata centralmente dalla statua della dea Roma e dal sacello del Milite Ignoto[111]. Sul terrazzo dell'Altare della Patria si trovano anche i gruppi scultorei in marmo botticino che simboleggiano i valori morali degli italiani, ovvero i principi ideali che rendono salda la nazione[3]. I quattro gruppi hanno un'altezza di 6 metri e sono situati a destra e a sinistra dell'ingresso alla terrazza dell'Altare della Patria (due per parte), lateralmente alle statue de Il Pensiero e de L'Azione e in corrispondenza delle fontane dei due mari, lungo i parapetti che si affacciano su piazza Venezia[111]. Ciò non è un caso: i concetti espressi da questi quattro gruppi scultorei, La Forza, La Concordia, Il Sacrificio e Il Diritto, sono l'emanazione tangibile de Il Pensiero e de L'Azione[142].
Ai lati dell'Altare della Patria la scalinata riprende dividendosi in due rampe simmetriche e parallele alla tomba del Milite Ignoto[147]. Entrambe giungono a un pronao dove si aprono due grandi portoni (uno per lato, entrambi posizionati simmetricamente e lateralmente al Milite Ignoto e ciascuno in corrispondenza di uno dei due propilei) che conducono agli spazi interni del Vittoriano. Sopra ciascun portone sono collocate due statue: sul portone di sinistra La Politica e La Filosofia, mentre sul portone di destra sono collocate due statue raffiguranti La Guerra e La Rivoluzione[148].
Dai due ripiani dove si aprono i portoni che danno accesso agli spazi interni partono due ulteriori rampe di scale che convergono, esattamente dietro all'Altare della Patria, verso il basamento della statua equestre di Vittorio Emanuele II: quest'ultima è situata sulla seconda grande piattaforma sopraelevata, in ordine di altezza, del Vittoriano[111]. Dietro di essa la scalinata riprende la sua ascesa in direzione del sommoportico giungendo a un piccolo ripiano, da cui partono lateralmente due scalinate che portano, ciascuna, all'ingresso di un propileo. Prima di giungere agli ingressi dei propilei ciascuna delle due scalinate si interrompe creando un piccolo ripiano intermedio, che consente l'accesso alla terrazza delle città redente, terza grande e ultima piattaforma sopraelevata del Vittoriano, che si trova esattamente dietro alla statua equestre di Vittorio Emanuele II e immediatamente sotto il colonnato del sommoportico[147].
Le città redente sono quelle unite all'Italia in seguito al trattato di Rapallo (1920) e al trattato di Roma (1924), accordi di pace a conclusione della prima guerra mondiale: queste municipalità sono Trieste, Trento, Gorizia, Pola, Fiume e Zara[149]. In seguito ai trattati di Parigi del 1947 Pola, Fiume e Zara sono passate alla Jugoslavia e – dopo la dissoluzione di quest'ultima – alla Croazia. Dopo il conflitto Gorizia è stata divisa in due: una parte è restata all'Italia mentre l'altra, che è stata ribattezzata "Nova Gorica", è passata prima alla Jugoslavia e poi alla Slovenia[150]. Ogni città redenta è rappresentata da un altare addossato alla parete di fondo, che reca scolpito lo stemma comunale corrispondente[1][149]. I sei altari sono stati collocati sulla terrazza tra il 1929 e il 1930[149].
Al centro della fila degli altari delle città redente, incisa sullo stilobate, è collocata una monumentale iscrizione scolpita in occasione della solenne cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto (4 novembre 1921) che riporta il testo del Bollettino della Vittoria, documento ufficiale scritto dopo l'armistizio di Villa Giusti con il quale il generale Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito, annunciò, il 4 novembre 1918, la resa dell'Impero austro-ungarico e la vittoria dell'Italia nella prima guerra mondiale[151].
Alla base del testo del Bollettino della Vittoria si trovano altri due altari simili a quelli delle città redente ma che hanno, in luogo dello stemma comunale delle municipalità, un elmetto: questi due altari recano la scritta: "Et Facere Fortia " quello di sinistra e "Et Pati Fortia " quello di destra. Riecheggiano la locuzione latina et facere et pati fortia romanum est ("È da Romano compiere e patire cose forti") scritta da Tito Livio nella Storia di Roma, libro 11; nell'opera la frase è pronunciata da Muzio Scevola nei confronti di Porsenna[111].
L'Altare della Patria |
L'Altare della Patria è la parte più nota del Vittoriano ed è quella con cui esso viene spesso identificato[95]. Situato sulla sommità della scalinata d'ingresso, fu disegnato dallo scultore bresciano Angelo Zanelli, che vinse un concorso appositamente indetto nel 1906[3][111]. È formato dal lato della tomba del Milite Ignoto che dà all'esterno dell'edificio (l'altro lato, che dà all'interno del Vittoriano, è situato in una cripta), dal sacello della statua della dea Roma (che si trova esattamente sopra la tomba del Milite Ignoto) e da due rilievi marmorei verticali che scendono dai bordi dell'edicola che contiene la statua della dea Roma e che corrono verso il basso, lateralmente alla tomba del Milite Ignoto[3].
La statua della dea Roma presente al Vittoriano ha interrotto una consuetudine in voga fino al XIX secolo, che voleva la rappresentazione di questo soggetto con tratti esclusivamente guerreschi: Angelo Zanelli, nella sua opera, decise di caratterizzare ulteriormente la statua prevedendo anche il richiamo ad Atena, dea greca della sapienza e delle arti, oltre che della guerra[142]. La grande statua della divinità emerge da uno sfondo dorato[85]. La presenza nel Vittoriano della dea Roma vuole rimarcare l'irrinunciabile volontà dei patrioti risorgimentali di avere la Città eterna come capitale d'Italia, un concetto imprescindibile, secondo il sentire comune, dalla storia della penisola e delle isole di cultura italiana[1][152].
Il Milite Ignoto fu trasferito all'Altare della Patria il 4 novembre 1921[3]. L'epigrafe della parte esterna della pietra sepolcrale del Milite Ignoto riporta la scritta latina "Ignoto Militi" e gli anni di inizio e di fine della partecipazione italiana al primo conflitto mondiale, ovvero "Mcmxv" (1915) e "Mcmxviii" (1918)[153].
La sua tomba è un sacello simbolico che rappresenta tutti i caduti e i dispersi in guerra[3]. Il lato della tomba del Milite Ignoto che dà verso l'esterno in corrispondenza dell'Altare della Patria è sempre vigilato da una guardia d'onore e da due fiamme che ardono perennemente in dei bracieri[103]. Alla guardia provvedono militari delle varie armi delle forze armate italiane, che si avvicendano ogni dieci anni[101].
Il significato allegorico delle fiamme che ardono perennemente è legato alla loro simbologia, che è antica di secoli, dato che affonda le sue origini nell'antichità classica, in particolar modo nel culto dei morti. Un fuoco che brucia eternamente simboleggia il ricordo, in questo caso del sacrificio del Milite Ignoto mosso da amor patrio, e la sua imperitura memoria negli italiani, anche in quelli che sono lontani dal loro Paese: non a caso sui due bracieri perenni a fianco della tomba del Milite Ignoto è collocata una targa il cui testo recita "Gli italiani all'estero alla Madre Patria" in ricordo alle donazioni fatte dagli emigrati italiani tra la fine del XIX secolo e l'inizio XX secolo[154].
La concezione generale dei bassorilievi situati lateralmente alla statua della dea Roma, uno alla sua sinistra e l'altro alla sua destra, richiama le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio, che completano con la statua della divinità romana il trittico dell'Altare della Patria[111].
Il significato allegorico dei bassorilievi che sono ispirati alle opere di Virgilio è legato alla volontà di rendere concettualmente l'animo italiano[155]. Nelle Georgiche è infatti presente il richiamo all'Eneide e in entrambe le opere è rievocata l'operosità nel lavoro degli italiani[1][155].
Il bassorilievo a sinistra dell'Altare della Patria rappresenta il Trionfo del Lavoro e quello di destra simboleggia il Trionfo dell'amor patrio: entrambi convergono scenograficamente verso la statua della dea Roma[1][3][156].
La tomba del Milite Ignoto è scenario di cerimonie ufficiali durante le celebrazioni dell'anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), occasioni in cui il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato le rendono solenne omaggio[110].
La statua equestre di Vittorio Emanuele II |
Dopo aver superato l'Altare della Patria si continua a salire la scalinata e si incontra la statua equestre di Vittorio Emanuele II, opera bronzea di Enrico Chiaradia e centro architettonico del Vittoriano[56]. Sul basamento marmoreo della statua sono scolpite le personificazioni delle città italiane nobili[1]. La statua è di bronzo, alta 12 metri e lunga 10 e pesa 50 tonnellate[157]. Compreso il basamento marmoreo, l'intero gruppo scultoreo è alto 24,80 metri[4].
La statua equestre di Vittorio Emanuele II è l'unica rappresentazione non simbolica del Vittoriano, dato che è la raffigurazione dell'omonimo monarca[3]. La scelta di rappresentarlo a cavallo non è casuale, visto che le statue equestri hanno, fin dai tempi più antichi, un simbolismo preciso. Nell'antichità classica le statue equestri erano finalizzate all'esaltazione del soggetto ritratto, di cui venivano sottolineate le virtù guerresche. Inoltre, cavalcando e controllando un destriero, si comunicava la capacità del personaggio di controllare gli istinti primordiali: in tale modo si riconoscevano al soggetto anche virtù civiche[158].
Anche la collocazione della statua al centro architettonico del Vittoriano, sopra l'Altare della Patria e davanti al colonnato del sommoportico, non è fortuita: nell'antichità classica le statue equestri erano spesso situate di fronte a colonnati, piazze pubbliche, templi oppure lungo le vie trionfali; in luoghi, dunque, basilari per la loro centralità. La presenza del basamento su cui sono scolpite le personificazioni delle città nobili, infine, si riallaccia alle medesime tradizioni arcaiche[158].
Le statue delle città nobili |
Sul basamento della statua equestre di Vittorio Emanuele II, come già accennato, si trovano le raffigurazioni scultoree di quattordici città nobili, ovvero delle capitali di Stati nobiliari italiani fondati precedentemente alla monarchia sabauda[79].
Non si tratta perciò delle statue delle città più importanti d'Italia, ma di quelle un tempo capitali di antiche monarchie italiane preunitarie, oppure di repubbliche marinare, tutte precedenti e quindi storicamente convergenti verso la monarchia sabauda: per tale motivo sono reputate le "madri nobili" dell'Italia risorgimentale[79].
Le quattordici raffigurazioni scultoree delle città nobili sono poste di proposito alla base della statua equestre a Vittorio Emanuele II: metaforicamente tale scelta ne simboleggia la natura di storiche fondamenta dell'Italia. In senso più ampio rappresentano anche il concetto che l'unità della patria, nel complesso, sia poggiata su una base costituita dai comuni[159]. Al contrario di quelle dedicate alle regioni d'Italia, le statue raffiguranti le quattordici città sono tutte opera di uno stesso scultore: Eugenio Maccagnani[3].
Il sommoportico e i propilei |
Caratteristiche generali |
Continuando a salire la scalinata oltre la statua equestre di Vittorio Emanuele II si arriva all'elemento architettonicamente più imponente e vistoso: il grande portico con colonne in stile corinzio, leggermente incurvato, situato sulla sommità del monumento, inserito tra due propilei a tempietto e che è chiamato "sommoportico" per la sua posizione sopraelevata[140]. I propilei sono i due piccoli porticati sporgenti rispetto al sommoportico che sono situati alle sue estremità laterali, costituendone gli ingressi[138].
Il sommoportico è lungo 72 metri[4] ed è retto centralmente da sedici colonne alte 15 metri sormontate da capitelli corinzi, impreziositi dal volto dell'Italia turrita (situato al centro) e da foglie d'acanto[148]. Il cornicione sopra il colonnato è invece decorato da statue che rappresentano le sedici personificazioni allegoriche delle regioni italiane: ogni statua si trova in corrispondenza di una colonna[1]. Per realizzare il sommoportico Giuseppe Sacconi si ispirò al Tempio dei Dioscuri, che si trova nel Foro Romano e non lontano dal Vittoriano[148].
Ciascun propileo ha come coronamento una statua bronzea raffigurante quadrighe, ciascuna ospitante una Vittoria alata; sono così riproposte le sinergie architettoniche ed espressive degli archi di trionfo: il significato allegorico della "quadriga", fin dall'antichità, è infatti quello del successo[160]. Questo concetto è rafforzato dalla presenza delle Vittorie, messaggere calate dal cielo dalle divinità che affiancano il vincitore di uno scontro militare quale loro favorito[161].
Le due quadrighe, come dichiarano espressamente le iscrizioni latine poste sui frontoni dei sottostanti propilei, simboleggiano la libertà dei cittadini ("Civium Libertati", a destra) e l'unità della patria ("Patriae Unitati", a sinistra), i due concetti cardine che informano l'intero monumento e vengono attribuiti al sovrano Vittorio Emanuele II[3]. Il messaggio implicito è che l'Italia, tornata nuovamente un'unica compagine politica e conquistata l'indipendenza, lasciatasi alle spalle le glorie di Roma e il fasto della corte pontificia, è pronta a diffondere nel mondo un nuovo Rinascimento articolato sulle virtù morali rappresentate allegoricamente nel Vittoriano[109].
I concetti "libertà dei cittadini" e "unità della patria" riassumono anche le tematiche fondamentali[3] che hanno caratterizzato l'inizio e la fine del contributo dato da Vittorio Emanuele II al Risorgimento. Egli, salito al trono da pochi mesi, rese pubblico il proclama di Moncalieri (20 novembre 1849) che confermò la sopravvivenza del regime liberale anche nel periodo repressivo successivo all'ondata della primavera dei popoli. La sua opera politica ebbe felice conclusione con la presa di Roma (20 settembre 1870) che divenne capitale, sebbene al regno unitario mancassero ancora il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia (annessi solo nel 1919 dopo la prima guerra mondiale o "quarta guerra d'indipendenza italiana")[162]. Le quadrighe, previste già nel progetto originario, furono realizzate e posizionate nel 1927[3]. All'interno dei frontoni dei due propilei si trovano gruppi scultorei che hanno lo stesso tema delle rispettive quadrighe sovrastanti[34].
Le statue delle regioni |
La scalinata che conduce alla terrazza delle città redente è il miglior punto di osservazione delle statue delle regioni d'Italia, visto che queste ultime si trovano sul cornicione del sommoportico, ognuna in corrispondenza di una colonna[163]. La presenza di statue ritraenti metaforicamente le regioni italiane trae ispirazione dalle personificazioni allegoriche delle province romane, spesso collocate sui monumenti celebrativi durante l'epoca imperiale[164]. Il numero di statue collocato sul cornicione del sommoportico è pari a sedici, visto che all'epoca della stesura del progetto di costruzione erano individuate sedici regioni italiane: ogni statua è alta cinque metri e fu affidata a uno scultore diverso, quasi sempre nativo della regione di cui avrebbe scolpito l'immagine[3]. Il cornicione è impreziosito anche da fregi costituiti da aquile e teste di leone[165].
Dall'epoca in cui fu realizzato il Vittoriano, il criterio di individuazione delle regioni italiane e spesso la loro denominazione sono cambiati nei decenni, sia per motivi storici che per questioni amministrative: ad esempio, nel periodo coevo al progetto del monumento l'Emilia-Romagna era infatti chiamata semplicemente Emilia[166][167], l'Abruzzo e il Molise erano visti come un'unica regione (Abruzzi e Molise) e tali sarebbero stati sino al 1963[168]), la Basilicata era chiamata Lucania[169]; addirittura il Triveneto fu simboleggiato come un'unica regione, visto che Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia appartenevano ancora all'Impero austro-ungarico.
La Valle d'Aosta non era all'epoca concepita come entità geografica a sé stante bensì come una delle aree costituenti il Piemonte: la provincia di Aosta fu istituita solo nel 1927[170]. Durante il fallito tentativo di annessione della Valle d'Aosta alla Francia, che avvenne negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, il governo italiano ordinò la soppressione della vecchia provincia di Aosta con decreto legislativo luogotenenziale n°545 del 7 settembre 1945 e la riaccorpò alla provincia di Torino[171]. Nel 1948, a conflitto terminato e chiarita la rinuncia francese all'area, la provincia di Aosta fu ricostituita nella forma di regione autonoma a statuto speciale[172].
Gli spazi interni |
Agli spazi interni del sommoportico e dei propilei si accede grazie a due scalinate d'ingresso trionfali situate in corrispondenza di ciascun propileo. Le due scalinate d'entrata si trovano su un piccolo ripiano raggiungibile tramite una breve scalinata che si innesta sulla terrazza delle città redente[147]. Alla base della scalinata d'ingresso dei propilei sono situate quattro statue di Vittorie alate su colonne trionfali: realizzate nel 1911, due sono in corrispondenza dell'ingresso del propileo di destra e due dell'entrata di quello di sinistra[3].
Ciascun ingresso introduce a un grande vestibolo quadrangolare, in dialogo con l'esterno grazie a un colonnato; dai vestiboli si accede agli spazi interni del sommoportico[147]. Questi ambienti sono decorati da mosaici, importanti opere del Liberty floreale e del simbolismo pittorico, che ricoprono le lunette e le due cupole dei propilei[173]. Anche i mosaici hanno come soggetto la rappresentazione metaforica delle virtù e dei sentimenti, molto spesso resi come personificazioni allegoriche, che hanno animato gli italiani durante il Risorgimento[141]. Gli interni del sommoportico sono decorati dalle allegorie delle scienze, mentre le porte che mettono in comunicazione i propilei e il sommoportico sono impreziosite da raffigurazioni sulle arti[173].
La decorazione del soffitto del propileo di sinistra fu affidata a Giulio Bargellini; in questi mosaici egli adottò accorgimenti tecnici innovativi, come l'uso di materiali di varia natura e di tessere di dimensioni diverse e inclinate in modo da creare studiati riflessi luminosi; inoltre è da notare come le linee delle raffigurazioni musive proseguano verso quelle delle colonne sottostanti[173].
I mosaici di Bargellini lungo la parte più elevata delle pareti rappresentano figurativamente La Fede, resa come la consacrazione dei figli alla patria officiata dal popolo (sullo sfondo una città che ricorda Gerusalemme); La Forza, ovvero un guerriero che accompagna un giovane all'incontro con una donna armata di spada; Il Lavoro, personificato da una famiglia di agricoltori che si ritrova insieme dopo una giornata nei campi; La Sapienza, proposta come un maestro in cattedra di fronte ai suoi alunni seduti sui banchi[173].
La decorazione del soffitto del propileo di destra fu invece affidata ad Antonio Rizzi. Rizzi si dedicò, lungo la parte più elevata delle pareti verticali, a La Legge, opera composta dalle allegorie della Giustizia seduta sul trono, della Sapienza, della Ricchezza, della Prudenza, della Fortezza e della Temperanza (ognuna con i suoi classici attributi); a Il Valore, reso in un giovane che tempra la sua spada sulle ali della Libertà e che è attorniato dai fondatori della stirpe italica (tra cui Enea e Ascanio); a La Pace, una figura femminile che regge un fascio di grano e altre che portano i frutti della terra, mentre colombe bianche volano verso una fonte d'acqua; infine a L'Unione, che Rizzi elaborò quale incontro tra un giovane e La Poesia[173].
Le porte interne che conducono dai due propilei al sommoportico sono ornate da sculture allegoriche rappresentanti l'Architettura e la Musica, che si trovano nel vestibolo di sinistra e che sono opera di Antonio Garella, e la Pittura e la Scultura, che sono situate nel vestibolo di destra e che sono state realizzate da Lio Gangeri[173]. L'interno del sommoportico ha un pavimento di marmi policromi[145] e un soffitto a cassettoni: quest'ultimo, che è stato progettato da Gaetano Koch, è chiamato "soffitto delle scienze"[173].
Il soffitto deve il suo nome alle sculture in bronzo di Giuseppe Tonnini collocate all'interno del sommoportico, note collettivamente come Allegorie delle Scienze: sono tutte costituite da personificazioni femminili[173], la Geometria con compasso e squadra, la Chimica con storta e distillatore, la Fisica con lanterna e barometro, la Mineralogia con un cristallo di quarzo, la Meccanica con ruota dentata, la Medicina con coppa e bastone di Asclepio, l'Astronomia con il globo dello zodiaco e il sestante e la Geografia con goniometro e globo terrestre. La parete verticale opposta alle colonne è decorata superiormente da mosaici a fondo dorato, posteriori al 1925. Altre sculture presenti all'interno del sommoportico sono i Trofei d'arme, vale a dire un vasto insieme di scudi, corazze, alabarde, lance, bandiere, frecce e faretre; in un trofeo si mostrano la corona d'Italia, l'aquila con lo scudo crociato e il collare dell'Annunziata: gli emblemi della Casa Savoia[145].
La cripta interna del Milite Ignoto |
La cripta del Milite Ignoto è un locale situato sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II a cui si accede dal Sacrario delle Bandiere, da cui è possibile vedere il lato del sacello del Milite Ignoto che dà verso gli spazi interni del Vittoriano[118]. Si trova quindi in corrispondenza dell'Altare della Patria, da cui invece si può vedere il lato della tomba che dà verso l'esterno dell'edificio[119].
L'epigrafe della parte interna della pietra sepolcrale riporta la scritta "Ignoto Militi" e le date di inizio e di fine della partecipazione italiana al primo conflitto mondiale, ovvero "Xxiv Maggio Mcmxv" (24 maggio 1915) e "Iv Novembre Mcmxviii" (4 novembre 1918). Come già accennato, il lato esterno della pietra sepolcrale riporta invece solo gli anni della partecipazione italiana alla guerra[153].
Al Milite Ignoto, il 1º novembre 1921[174], fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare, massima decorazione militare italiana, con una motivazione che fu riportata anche sul lato interno del sacello, nell'omonima cripta[153]:
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«Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria» |
Sulla porta del simulacro è invece presente il seguente epitaffio[101], redatto da Vittorio Emanuele III in persona[105]:
«Ignoto il nome - folgora il suo spirito - dovunque è l'Italia - con voce di pianto e d'orgoglio - dicono - innumeri madri: - è mio figlio» |
Il Milite fu insignito anche di onorificenze straniere. Già il 12 ottobre 1921 era stata elargita la Medal of Honor, massima decorazione militare assegnata dal Governo federale degli Stati Uniti d'America[175]; seguirono la Croce della Libertà per il comando militare di I Classe, la più alta conferibile dal governo dell'Estonia, e la Croix de guerre, onorificenza militare francese[176].
La cripta del Milite Ignoto è opera dell'architetto Armando Brasini. È un locale a forma di croce greca con volta a cupola a cui si accede tramite due rampe di scale. Dalla cripta si diparte un breve cunicolo che raggiunge la nicchia del sacello del Milite Ignoto. La nicchia è inserita in un arcosolio ispirato allo stile degli edifici paleocristiani, in particolar modo alle catacombe. Il soffitto della cripta richiama invece l'architettura romana, alternando volte a crociera e volte a botte[120]. Il locale, costruito in laterizi, è caratterizzato dalla presenza di archi a tutto sesto e di nicchie[118]. È anche presente un piccolo altare per le funzioni religiose[119].
Le pareti della cripta sono decorate da un mosaico di stile bizantino, opera di Giulio Bargellini, di natura religiosa. La crocifissione di Gesù è situata sopra la tomba del Milite Ignoto, sulle pareti si stagliano invece i santi protettori delle forze armate italiane: san Martino patrono della fanteria, san Giorgio per la cavalleria, san Sebastiano per la polizia locale e santa Barbara per la Marina Militare, gli artificieri e i genieri. Nella cupola, infine, si trova la Madonna di Loreto, patrona dell'Aeronautica Militare[119].
Parti della cripta e del sepolcro sono state realizzate con materiali lapidei provenienti dalle montagne che furono teatro degli scontri della prima guerra mondiale: il pavimento è in marmo del Carso, mentre il piccolo altare è stato realizzato da un unico blocco di pietra proveniente dal monte Grappa[119].
Gli spazi espositivi del Vittoriano |
All'interno del Vittoriano si trovano alcuni spazi espositivi dedicati alla storia d'Italia, in particolar modo quella risorgimentale: il Museo centrale del Risorgimento con annesso istituto di studio, il Sacrario delle Bandiere e un'area che ospita mostre temporanee di interesse artistico, storico, sociologico e culturale detta "ala Brasini". È anche visitabile parte dei già citati ritrovamenti archeologici rinvenuti durante i lavori di costruzione del Vittoriano[137].
L'accesso al Museo centrale del Risorgimento è sul fianco sinistro del monumento, sul retro della Basilica di Santa Maria in Aracoeli, lungo via di San Pietro in Carcere[177]. Illustra un periodo della storia italiana, compreso tra la fine del XVIII secolo e la prima guerra mondiale, attraverso l'esposizione di cimeli, dipinti, sculture, documenti (lettere, diari e manoscritti), disegni, incisioni, armi e stampe[178][179][180].
Sulla scalinata d'ingresso del Museo centrale del Risorgimento sono visibili incisioni relative ad alcuni episodi significativi per la nascita del movimento risorgimentale, dal seme gettato dalla Rivoluzione francese alle imprese napoleoniche, allo scopo di meglio inquadrare e ricordare la storia nazionale compresa tra la riforma degli antichi Stati italiani e la fine della prima guerra mondiale. Lungo le pareti altre incisioni marmoree riportano alcuni brani di testi enunciati da personalità di spicco, che meglio testimoniano e descrivono questa parte di storia d'Italia[178][181].
Il Museo centrale del Risorgimento comprende anche il Sacrario delle Bandiere, luogo dove sono raccolte e custodite le bandiere di guerra dei reparti militari disciolti e delle unità navali radiate, i vessilli degli istituti militari e delle unità soppresse appartenenti ai corpi armati dello Stato (Esercito Italiano, Aeronautica militare, Marina Militare, Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia penitenziaria e Guardia di Finanza)[121]. L'accesso al Sacrario si trova lungo via dei Fori Imperiali: presso questo spazio museale sono custoditi anche cimeli, relativi alle guerre soprattutto risorgimentali, a cui hanno preso parte le forze armate italiane[182].
L'ala Brasini, riservata alle mostre temporanee, è dedicata ad Armando Brasini, principale promotore del Museo centrale. L'ala dispone di tre locali espositivi: il "salone grandi mostre", avente una superficie di 700 m² e in genere ospitante le mostre d'arte, che sono quelle che di solito richiedono più spazio; il "salone centrale" di 400 m² e la "sala giubileo", che ha una superficie di 150 m²[183].
Note |
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^ Si riportano i collegamenti a un sito che ha pubblicato le foto del ricevimento: Autorità in piedi, su olmeda.it. URL consultato il 1º gennaio 2018 (archiviato il 2 gennaio 2018).; Autorità sedute.jpg (immagine JPEG) (JPG), su olmeda.it. URL consultato il 1º gennaio 2018 (archiviato il 3 gennaio 2018).; Maestranze.jpg (immagine JPEG) (JPG), su olmeda.it. URL consultato il 1º gennaio 2018 (archiviato il 14 luglio 2014).
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Bibliografia |
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Voci correlate |
- Ettore Ferrari
- Giuseppe Sacconi
- Milite Ignoto (Italia)
- Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano
- Opere architettoniche e artistiche del Vittoriano
- Pio Piacentini
- Sacrario delle Bandiere
- Simboli patri italiani
- Storia del Vittoriano
- Vittorio Emanuele II di Savoia
Altri progetti |
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Collegamenti esterni |
Sito ufficiale, su ilvittoriano.com.
Sito ufficiale, su polomusealelazio.beniculturali.it.
Vittoriano, su Treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Il Vittoriano, su quirinale.it.
- Vittoriano, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
- Milite Ignoto, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Il centenario del Vittoriano, su altaredellapatriacentenario.it.
- Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II, su archidiap.com.
- Istituto per la storia del Risorgimento italiano - Museo Centrale del Risorgimento di Roma, su risorgimento.it.
- Il Sacrario delle Bandiere sul portale web della Marina Militare, su marina.difesa.it.
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